Quelli del Bene Comune sono delle formidabili Cassandre, proprio oggi esplode a livello nazionale il problema dell’immigrazione in tutte le sue contraddizioni. Tre notizie sono illuminanti, disegnano la questione nella sua complessità, dal nord al sud dell’Italia.
MILANO: Sgomberato stamattina il campo nomadi di Sesto San Giovanni. Le case sono state distrutte, le famiglie smembrate, i bambini allontanati dalle scuole e lasciati in mezzo alla strada insieme alle loro madri, mentre gli adulti maschi sono stati portati via. Ma non basta.
“Ringraziamo tutti coloro che si prodigano a dare consigli – ha concluso De Corato -, ma di lezioncine su come e dove intervenire, dopo 175 sgomberi, non ne abbiamo bisogno”. Il riferimento era all’assessore regionale leghista Davide Boni che aveva innescato una polemica a distanza con il vicesindaco definendo “inaccettabile il fatto che a Milano i nomadi tornino nelle zone da cui sono stati sgomberati” e augurandosi che le “istituzioni locali sfruttino nel modo giusto sforzi e supporto del Ministero dell’Interno” per risolvere il problema in modo definitivo.”
ROMA: Mai più classi ghetto. Con una nota contenente “indicazioni e raccomandazioni per l’integrazione di alunni con cittadinanza non italiana”
il Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha fissato il tetto massimo delle presenze di stranieri per classe. Non più del 30%.
Spesso, all’interno di questo dibattito – ha affermato il ministro Mariastella Gelmini – ci si è voluti dividere agitando una ingiustificata polemica di tipo ideologico. La scuola deve essere il luogo dell’integrazione. I nostri istituti sono pronti ad accogliere tutte le culture e i bambini del mondo. La presenza di stranieri nella scuola italiana, spesso concentrati in alcune classi, non è certo un problema di razzismo ma un problema soprattutto didattico.
Rosarno (Reggio Calabria) - Pochi minuti fa una sparatoria si è verificata a pochi chilometri dall’accampamento degli immigrati a Rosarno, nel comune di Laureana di Borrello. Due immigrati sono stati feriti. I colpi di arma da fuoco sono stati esplosi da ignoti. I due feriti sono stati trasportati in ospedale. Sono ormai più di 48 ore che migliaia di africani stanno facendo guerriglia urbana per protesta contro le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere, contro le cosche che li sfruttano, contro lo Stato che li ignora, contro le continue aggressioni di cui sono vittima.
Napolitano: “e’ indispensabile fermare senza indugio ogni violenza.”
Tre notizie, tre commenti di come la politica (tutta) vede il problema, tre soluzioni naziste: deportazione, soluzione definitiva, discriminazione fin dalle elementari, repressione violenta.
Devo delle risposte alle sagge obiezioni che mi sono state fatte da Fernando Rossi e Alberto Conti, con cui proseguirò la discussione sul portale del Bene Comune.
Parlare di confini, di identità nazionale, di autorità statali non ha più senso. E’ un dato di fatto, non siamo stati noi a sceglierlo, ma la nostra istituzione chiamata Nazione, concetto relativamente recente nato intorno alla metà del ‘700, è sparita. La nostra nazione è stata sciolta in una confederazione europea, che come fai notare giustamente tu non è affatto basata sull’unità di popoli liberi ma su accordi commerciali e monetari. Ma è un processo a livello globale, gli Stati si sono progressivamente svuotati di potere a favore di organismi internazionali (come la FAO, la Banca Mondiale ecc) e subiscono lo strapotere di multinazionali altrettanto sovranazionali. Le stesse entità che citi tu, come il Nuovo Ordine Mondiale o i poteri finanziari, funzionano ad un livello superiore, che la struttura “Stato Nazionale” non è in grado di fronteggiare. Come possiamo contrastare con la nostra nazione un potere che opera su scala mondiale? E’ una lotta impari, e le esperienze latinoamericane dimostrano come gli organismi internazionali sono in grado di lavorare ai fianchi e stremare alla lunga ogni tentativo di indipendenza nazionale.
E’ impossibile ogni forma di contrasto allora? No, se riscopriamo un concetto che molti conoscono bene perchè ha fatto parte dell’immaginario collettivo della sinista italiana per molti anni, l’Internazionalismo. Che cosa significa adottare ogni popolo della Terra come se fosse parte integrante di una stessa comunità? Significa riconoscere l’identità profonda di sfruttamento di ogni abitante di questo pianeta, che viva a Dublino o a Timbuctu, che scavi carbone in Cina o diamanti in Africa. Se noi siamo coscienti dell’entità sovranazionale del Potere che ci governa, sappiamo che solo un movimento altrettanto sovranazionale può porsi allo stesso livello e contrastarlo efficacemente.
Non credo che il nuovo ordine mondiale si stia prodigando per eliminare confini e identità nazionali, anzi: il razzismo ed il rafforzamento dell’idea del “nemico” (in questo caso gli immigrati, nel caso del terrorismo la comunità araba) è il metodo principe delle nuove destre di sfogare le tensioni sociali che derivano dalla disuguaglianza mostruosa in cui viviamo. Il Nuovo Ordine Mondiale sta eliminando le barriere, si ma non per le persone, per le merci. Per gli esseri umani, spostarsi da un Paese all’altro non è mai stato così difficile.
Infine, la guerra tra poveri. Si, abbiamo uno splendido esempio a Rosarno, proprio in queste ore: italiani contro immigrati, immigrati contro italiani, mazze, bastoni, auto bruciate, barricate nelle strade, decine e decine di feriti. E’ qui che porta la politica dell’esclusione, è qui che i potenti del mondo ci hanno sempre portato: a far massacrare i poveri fra loro, così si tengono occupati e con un pizzico di fortuna scendono un po’ di numero. Penso non ti sfugga che la disperazione e la ricattabilità di chi è clandestino o deve lavorare “comunque” sono già stati usati per rimettere in discussione il lavoro, la sua stabilità, le sue tutele, i salari, i suoi diritti. Si, mi sfugge, perchè questo è un argomento falso, è l’argomento falso degli “immigrati che ci portano via il lavoro”. I miei coetanei non sono in competizione con gli immigrati per il lavoro, e gli immigrati di Rosarno non sono in competizione con nessuno. Fanno gli stagionali della frutta: un lavoro occasionale, sottopagato e soprattutto umile, che neppure i calabresi vogliono fare. Ci sono una serie di ragioni, fra cui il fatto che nessuno che abbia fatto le scuole superiori (cioè tutti i giovani sotto i 30 anni) andrebbe a raccogliere pomodori sotto il sole d’estate, che posizionano gli immigrati fra coloro che non competono con noi sul piano lavorativo.
Ma c’è un altro fatto estremamente interessante che illumina la questione: quale settore è più ferocemente preda del precariato nelle sue peggiori forme? Chi c’è sul tetto delll’ISPRA a protestare perchè l’intero ente è stato licenziato in tronco, senza preavviso, senza cassa integrazione, senza nessun ammortizatore sociale e senza che nessuno si occupi della loro situazione o dei loro diritti? Forse dei metalmeccanici, messi in crisi dalla concorrenza dell’africano di Brescia? Oppure operai del settore tessile, sfiancati dalla concorrenza sleale dei cinesi impiantati a Prato?
No, c’è la crème della ricerca italiana sui tetti, ci sono lavoratori con un livello avanzatissimo di specializzazione e con competenze straordinarie, che certamente non hanno subito la concorrenza di albanesi, rumeni e senegalesi. Qual’è il punto? Il punto è che l’economia attuale ci affamerà tutti, che arrivino gli immigrati o meno. Se in Italia non fosse entrato nessuno, le fabbriche avrebbero chiuso comunque, le persone avrebbero comunque visto abbassarsi i loro stipendi ed alzare i prezzi, i monopoli e gli accordi di cartello avrebbero comunque avuto il loro effetto sui beni di prima necessità (come la pasta o il carburante), i diritti sarebbero comunque venuti a mancare così come la stabilità e la sicurezza sul lavoro.
Finchè non c’è un contropotere a bilanciare, questi ci toglieranno tutto, anche le mutande. E non importa se arrivano gli immigrati o meno, questo è uno specchietto per le allodole per distrarre dal problema semplice e fondamentale del lavoro: se non c’è rappresentanza politica, non c’è potere contrattuale, e se non c’è potere contrattuale quello più forte si prende prima l’80% della ricchezza, poi il 90%, poi il 95%. finchè saremo nudi col cappello in mano e c i accorgeremo che ci sono 5 stronzi che hanno tutto. E’ un meccanismo economico, invariato anche se in Italia sparissero non solo gli stranieri, ma anche tutti gli italiani da Val d’Aosta in giù. Rimarrebbero i Valdaostani ad affamarsi tra loro, e troverebbero dei Valdaostani del Sud a cui dare la colpa.
Anche qui, un lato positivo c’è. Lasciamo contaminarci da popoli più primitivi e meno rincoglioniti di noi. Magari si ricordano il semplicissimo motore sociale che da sempre fa progredire l’umanità, cioè il fatto che quando il re e i suoi vassalli si prendono più della loro fetta, il popolo prima deperisce, poi li lincia. E’ quello che sta accadendo a Rosarno: gli immigrati vivono da anni in condizioni pietose, sfruttati da caporali delle cosche, con 5 euro al giorno quando va bene, bistrattati in ogni modo. Arrivati a un certo punto hanno detto basta, ed hanno incominciato a spaccare tutto. Li osservo ad occhi aperti, colmi di stupore, come quando ho visto un ragazzo spaccare la faccia a Berlusconi. E il mio stupore arriva da una considerazione sola: ma perchè non lo fanno tutti?
Quando le condizioni di vita non sono compatibili con un essere umano, l’essere umano si ribella e spacca tutto. Quando un re esagera, il popolo lo lincia. Quando abbiamo perso, noi popolo civile e avanzato, questa sana e giusta capacità di giudizio e incapacità di sopportazione? Forse serve un’iniezione di extracomunitari per ricordarci che non dobbiamo per forza subire tutto, ma anzi che è legittimo diritto di ogni popolo rivoltarsi contro i propri tiranni. Siano essi lo Stato, le cosche mafiose, un nano con un complesso megalomane, il proprietario di una fabbrica.
Torno a ribadire la mia proposta: apriamoci, liberiamoci delle frontiere, lasciamo circolare le idee, le energie, lasciamo circolare le persone, non le merci.
Cosa significa questa frase che ho buttato lì la scorsa volta? Sapete cosa sarebbe straordinariamente rivoluzionario? Un modo dove le persone circolano liberamente, ma le merci no. E’ parte di un ragionamento più complesso, sul concetto di prossimità applicato all’economia. Devo svilupparlo meglio, ma si ricollega in buona parte alla proposta di Alberto Conti, che a sua volta prende spunto dalla una discussione in Germania dove si era proposto di tassare i prodotti in base al loro costo di smaltimento. Io vorrei fare una cosa simile, ma un po’ diversa, cioè tassare (o meglio, incorporare nel prezzo finale al consumatore attraverso un’imposta diretta) ogni merce non solo in base al suo costo di smaltimento, non solo in base al suo costo ambientale di produzione, ma addirittura in base ai chilometri che la stessa ha percorso per arrivare al suo consumatore finale.
E’ un principio semplice, che parte dal ragionamento che anche il trasporto è un costo ambientale che la comunità è tenuta a pagare a solo vantaggio delle aziende. Chi paga l’impatto ambientale del carburante che la Monsanto produce trasportando le sue merci per decine di migliaia di chilometri? Chi costruisce le strade, i porti, gli aereoporti, chi respira i gas di scarico dei camion che attraversano i nostri paesi? La comunità, noi, un’ennesima esternalizzazione dei costi che le aziende compiono.
Ma da questo semplice principio scaturiscono una serie di circoli virtuosi che potrerebbero equilibrio in questo obbrobrio che è la società globalizzata, in cui tutti siamo liberi di essere poveri ed in competizione tra di noi. La ri-localizzazione delle aziende sarebbe il primo passo, identità tra i mercati di consumo e quelli di produzione sarebbe ristabilita, gli italiani ricomincerebbero a produrre i beni di cui hanno bisogno e i rumeni i loro. Non come ora che i rumeni producono auto che non si possono permettere per il mercato italiano, mentre gli italiani vengono licenziati dalla Fiat. E’ l’unico sistema per riportare senso in un meccanismo autodistruttivo.
A lungo termine, attraverso la concorrenza e i prezzi finali regolamentati in base alla prossimità, ognuno finirebbe per mangiare il pane che sforna il vicino di casa, a bere il latte della cascina fuori città, a comprare le oggetti prodotti dalle fabbriche dove lavora il proprio figlio. Le cose riassumerebbero una dimensione umana, concreta: non entità transnazionali intangibili, ma persone in carne ed ossa con la loro vita, la loro casa, le loro radici. E se trovo della diossina nel latte per mio figlio non ho bisogno di fare una rogatoria al tribunale di Pechino tramite l’ambasciata, perchè lo conosco chi fa quel latte, e lo vado a prendere a casa se mi fa una roba del genere.
Aprire le frontiere alle persone e chiuderle alle merci, risolverebbe il problema dell’immigrazione. Il mercato locale dei paesi più poveri rifiorirebbe, liberato dal giogo delle multinazionali, i contadini tornerebbero a produrre cibo per sè stessi e gli abitanti intorno, e non per venderlo alla Esso perchè ci faccia del biodiesel. Un mercato ridotto, locale, umano. Il mio sogno è un’economia di sussistenza. Non voglio che nessuno invidi il mio paese, non voglio che nessuno sogni di venire a raccogliere arance lavorando 12 ore al giorno per 5 euro. Chiunque può fare molto di meglio, stando a casa propria.
Libera circolazione delle persone, non delle merci. Ed anche il denaro è una merce. Quanto è tassato il denaro che gira da un Paese all’altro? O meglio, è tassato il denaro che circola da un Paese all’altro? E se lo fosse?






