Ho deciso di ritirarmi dalla politica per un po’, il che equivale a dare le dimissioni dagli incarichi in PBC.
Non credo di aver dato un grosso contributo, anzi penso di essere stato assai poco incisivo, allo stesso tempo sono contento di aver avuto l’opportunità di imparare tante cose.
Penso di essere stato poco incisivo per un serie di ragioni: le condizioni di partenza (che rendono poco incisivo l’operare di tutti noi), la mia scarsa preparazione in settori che considero determinanti (come la comunicazione), la differenza anagrafica,, la mancata sovrapposizione (che ho cercato di ottenere in questi dua anni) tra due differenti piani di lavoro su cui operiamo io come singolo e PBC come movimento: quello culturale e quello politico.
Ci sono molte cose che PBC sta a mio giudizio sbagliando, ma non lo dico con superiorità perchè ora come ora non saprei suggerire una strada alternativa: PBC sbaglia nel comunicare, anzi sbaglia nel considerare la comunicazione come un’estensione del suo essere. Nella politica la comunicazione non è un mezzo, è l’essenza dell’azione politica. Ciò che non può essere comunicato non esiste, la comunicazione non è più il contenitore in cui inserire la propria sostanza per veicolarla. La comunicazione è la sostanza stessa, il mezzo è talmente più grande e preponderante rispetto al messaggio che questo ha ribaltato completamente non solo il modo in cui recepiamo la realtà, ma ha modificato la realtà stessa, intesa come mappa cognitiva attraverso cui l’individuo (o la società) esplora il mondo.
L’altro errore di PBC, strettamente legato al primo, è il suo essere partito, nel senso più profondo e allo stesso tempo superficiale del termine. Profondo perchè le persone che lo portano avanti hanno una formazione esclusivamente partitica, e più esattamente dei grandi partiti di massa ideologici (in senso neutro) dell’ottocento, come il PC. Superficiale perchè la cognizione di sè come partito è venuta a mancare, nei giustissimi sforzi di liberarsi della macchina partitocratica e nella sua degenerazione clientelare e affaristica.
Rimane un fatto però che finchè si agisce con gli strumenti di un partito, ovviamente l’immagine che si trasmette di sè è esattamente quella di un partito. Finchè i mezzi di diffusione, l’impostazione organizzativa e soprattutto gli strumenti di “lotta” restano quelli dei partiti tradizionali tardo-ottocenteschi (la sede centrale. la mobilitazione, i banchetti, le petizioni, le assemblee, le conferenze, i coordinamenti, la partecipazione alle elezioni ecc) naturalmente si resterà un partito.
Beninteso, non ci trovo nulla di male di per sè, a parte un piccolo problema di efficacia: cioè che i partiti sono morti, e io ho il forte dubbio che non siano mai esistiti. Erano partiti finchè le lobbies che li organizzavano riuscivano a mobilitare le masse, quando le masse hanno capito il giochetto sono rimaste solo le lobbies. Ma a dimostrare la vera natura dei partiti, nulla è cambiato. La partecipazione popolare era solo un orpello, così come lo è per la democrazia. Evidentemente è bastato grattare la crosta.
Da queste considerazioni dovrebbe nascere una consapevolezza di quanto sono obsoleti i metodi finora applicati. Di quanto sono inutilmente dispendiose, in termini di risorse umane ed economiche, azioni come le raccolta firme, i banchetti o le petizioni. Soprattutto paragonati al ritorno in senso spendibile per PBC.
Un altro punto fondamentale che ha segnato le difficoltà di PBC: perilbenecomune ha una grandissima resistenza alla contaminazione, cosa che si può considerare certo una virtù in una società profondamente marcia come la nostra. E’ una virtù profonda e ammirabile per chi sceglie la strada dell’ascetismo, un po’ controproducente se la forma, gli strumenti e le finalità sono quelle di un partito di massa. L’oggetto dei desideri (la massa) si identifica col nemico, il target e l’avversario coincidono. Tutti amiamo il prossimo, ma questo amore dura solo finchè non ci viene vicino. Perchè da vicino, nessuno è abbastanza puro, abbastanza incontaminato. E non si capisce come protrebbe, se il nostro assunto di base è che la società è completamente marcia.
E qui c’è il punto cardine della contraddizione di PBC, ma non solo. Dei movimenti i generale, dai noglobal ai notav, in un bivio che ha segnato la storia della lotta politica moderna.
Ho una visione riformista o rivoluzionaria? Poichè rigetto tutta la politica esistente, non ho un’ottica riformista ma rivoluzionaria. Posso portare avanti un messaggio rivoluzionario con un modus operandi riformista? No, con un’ottica rivoluzionaria devo usare un modus operandi rivoluzionario.
Abbiamo noi le palle per portare avanti un modus operandi rivoluzionario?
E per capire di che parlo, faccio una citazione di fonte discutibile ma senza dubbio esperta, Mao Tze Tung:
La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza.
Personalmente, ritengo che abbia ragione. E’ un dato di fatto, non vuol dire che da domani mi metto a sparare, è una semplice fatto che va preso per ciò che è.
Io mi sento troppo distante ormai da determinati concetti come la partecipazione popolare, le elezioni, il voto, la stessa democrazia è un inganno che non posso che guardare con superiorità.
Sono antidemocratico. Così come mi rendo conto che certi concetti, come la legalità o la nonviolenza, fanno il gioco di chi tiene l’individuo ingabbiato affinchè sia innocuo verso chi è più in alto di lui.
Ma come vi ho detto, non è per questa ragione che do le mie dimissioni. Non è perchè mi sento antidemocratico, nè per gli errori che secondo me sta commettendo PBC.
Semplicemente non ho più voglia di fare le riunioni, di parlare e parlare, di affrontare la realtà con mezzi obsoleti e inefficaci. Mi crea una sensazione di frustrazione, la stessa frustrazione che provavo in Sinistra Giovanile, e se una cosa non mi diverte più non c’è più verso di farmela fare.
Preferisco prendermi una pausa dalla politica in ogni sua forma esplicita e approfondire altri campi della conoscenza, perchè mi rendo conto che se non si conoscono determinate informazioni basilari è inutile persino mettersi a trattare con certe cose. La massa non è più quella di una volta.
Mi darò al videomaking.