gennaio 8, 2010

Libera circolazione delle persone, non delle merci.

Quelli del Bene Comune sono delle formidabili Cassandre, proprio oggi esplode a livello nazionale il problema dell’immigrazione in tutte le sue contraddizioni. Tre notizie sono illuminanti, disegnano la questione nella sua complessità, dal nord al sud dell’Italia.

MILANO: Sgomberato stamattina il campo nomadi di Sesto San Giovanni. Le case sono state distrutte, le famiglie smembrate, i bambini allontanati dalle scuole e lasciati in mezzo alla strada insieme alle loro madri, mentre gli adulti maschi sono stati portati via. Ma non basta.

“Ringraziamo tutti coloro che si prodigano a dare consigli – ha concluso De Corato -, ma di lezioncine su come e dove intervenire, dopo 175 sgomberi, non ne abbiamo bisogno”. Il riferimento era all’assessore regionale leghista Davide Boni che aveva innescato una polemica a distanza con il vicesindaco definendo “inaccettabile il fatto che a Milano i nomadi tornino nelle zone da cui sono stati sgomberati” e augurandosi che le “istituzioni locali sfruttino nel modo giusto sforzi e supporto del Ministero dell’Interno” per risolvere il problema in modo definitivo.”

ROMA: Mai più classi ghetto. Con una nota contenente “indicazioni e raccomandazioni per l’integrazione di alunni con cittadinanza non italiana”
il Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha fissato il tetto massimo delle presenze di stranieri per classe. Non più del 30%.

Spesso, all’interno di questo dibattito – ha affermato il ministro Mariastella Gelmini – ci si è voluti dividere agitando una ingiustificata polemica di tipo ideologico. La scuola deve essere il luogo dell’integrazione. I nostri istituti sono pronti ad accogliere tutte le culture e i bambini del mondo. La presenza di stranieri nella scuola italiana, spesso concentrati in alcune classi, non è certo un problema di razzismo ma un problema soprattutto didattico.

Rosarno (Reggio Calabria) - Pochi minuti fa una sparatoria si è verificata a pochi chilometri dall’accampamento degli immigrati a Rosarno, nel comune di Laureana di Borrello. Due immigrati sono stati feriti. I colpi di arma da fuoco sono stati esplosi da ignoti. I due feriti sono stati trasportati in ospedale.  Sono ormai più di 48 ore che migliaia di africani stanno facendo guerriglia urbana per protesta contro le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere, contro le cosche che li sfruttano, contro lo Stato che li ignora, contro le continue aggressioni di cui sono vittima.

Napolitano: “e’ indispensabile fermare senza indugio ogni violenza.”

Tre notizie, tre commenti di come la politica (tutta) vede il problema, tre soluzioni naziste: deportazione, soluzione definitiva, discriminazione fin dalle elementari, repressione violenta.

Devo delle risposte alle sagge obiezioni che mi sono state fatte da Fernando Rossi e Alberto Conti, con cui proseguirò la discussione sul portale del Bene Comune.

Parlare di confini, di identità nazionale, di autorità statali non ha più senso. E’ un dato di fatto, non siamo stati noi a sceglierlo, ma la nostra istituzione chiamata Nazione, concetto relativamente recente nato intorno alla metà del ‘700, è sparita. La nostra nazione è stata sciolta in una confederazione europea, che come fai notare giustamente tu non è affatto basata sull’unità di popoli liberi ma su accordi commerciali e monetari. Ma è un processo a livello globale, gli Stati si sono progressivamente svuotati di potere a favore di organismi internazionali (come la FAO, la Banca Mondiale ecc) e subiscono lo strapotere di multinazionali altrettanto sovranazionali. Le stesse entità che citi tu, come il Nuovo Ordine Mondiale o i poteri finanziari, funzionano ad un livello superiore, che la struttura “Stato Nazionale” non è in grado di fronteggiare. Come possiamo contrastare con la nostra nazione un potere che opera su scala mondiale? E’ una lotta impari, e le esperienze latinoamericane dimostrano come gli organismi internazionali sono in grado di lavorare ai fianchi e stremare alla lunga ogni tentativo di indipendenza nazionale.

E’ impossibile ogni forma di contrasto allora? No, se riscopriamo un concetto che molti conoscono bene perchè ha fatto parte dell’immaginario collettivo della sinista italiana per molti anni, l’Internazionalismo. Che cosa significa adottare ogni popolo della Terra come se fosse parte integrante di una stessa comunità? Significa riconoscere l’identità profonda di sfruttamento di ogni abitante di questo pianeta, che viva a Dublino o a Timbuctu, che scavi carbone in Cina o diamanti in Africa. Se noi siamo coscienti dell’entità sovranazionale del Potere che ci governa, sappiamo che solo un movimento altrettanto sovranazionale può porsi allo stesso livello e contrastarlo efficacemente.

Non credo che il nuovo ordine mondiale si stia prodigando per eliminare confini e identità nazionali, anzi: il razzismo ed il rafforzamento dell’idea del “nemico” (in questo caso gli immigrati, nel caso del terrorismo la comunità araba) è il metodo principe delle nuove destre di sfogare le tensioni sociali che derivano dalla disuguaglianza mostruosa in cui viviamo. Il Nuovo Ordine Mondiale sta eliminando le barriere, si ma non per le persone, per le merci. Per gli esseri umani, spostarsi da un Paese all’altro non è mai stato così difficile.

Infine, la guerra tra poveri. Si, abbiamo uno splendido esempio a Rosarno, proprio in queste ore: italiani contro immigrati, immigrati contro italiani, mazze, bastoni, auto bruciate, barricate nelle strade, decine e decine di feriti. E’ qui che porta la politica dell’esclusione, è qui che i potenti del mondo ci hanno sempre portato: a far massacrare i poveri fra loro, così si tengono occupati e con un pizzico di fortuna scendono un po’ di numero. Penso non ti sfugga che la disperazione e la ricattabilità di chi è clandestino o deve lavorare “comunque” sono già stati usati per rimettere in discussione il lavoro, la sua stabilità, le sue tutele, i salari, i suoi diritti. Si, mi sfugge, perchè questo è un argomento falso, è l’argomento falso degli “immigrati che ci portano via il lavoro”. I miei coetanei non sono in competizione con gli immigrati per il lavoro, e gli immigrati di Rosarno non sono in competizione con nessuno. Fanno gli stagionali della frutta: un lavoro occasionale, sottopagato e soprattutto umile, che neppure i calabresi vogliono fare. Ci sono una serie di ragioni, fra cui il fatto che nessuno che abbia fatto le scuole superiori (cioè tutti i giovani sotto i 30 anni) andrebbe a raccogliere pomodori sotto il sole d’estate, che posizionano gli immigrati fra coloro che non competono con noi sul piano lavorativo.

Ma c’è un altro fatto estremamente interessante che illumina la questione: quale settore è più ferocemente preda del precariato nelle sue peggiori forme? Chi c’è sul tetto delll’ISPRA a protestare perchè l’intero ente è stato licenziato in tronco, senza preavviso, senza cassa integrazione, senza nessun ammortizatore sociale e senza che nessuno si occupi della loro situazione o dei loro diritti? Forse dei metalmeccanici, messi in crisi dalla concorrenza dell’africano di Brescia? Oppure operai del settore tessile, sfiancati dalla concorrenza sleale dei cinesi impiantati a Prato?

No, c’è la crème della ricerca italiana sui tetti, ci sono lavoratori con un livello avanzatissimo di specializzazione e con competenze straordinarie, che certamente non hanno subito la concorrenza di albanesi, rumeni e senegalesi. Qual’è il punto? Il punto è che l’economia attuale ci affamerà tutti, che arrivino gli immigrati o meno. Se in Italia non fosse entrato nessuno, le fabbriche avrebbero chiuso comunque, le persone avrebbero comunque visto abbassarsi i loro stipendi ed alzare i prezzi, i monopoli e gli accordi di cartello avrebbero comunque avuto il loro effetto sui beni di prima necessità (come la pasta o il carburante), i diritti sarebbero comunque venuti a mancare così come la stabilità e la sicurezza sul lavoro.

Finchè non c’è un contropotere a bilanciare, questi ci toglieranno tutto, anche le mutande. E non importa se arrivano gli immigrati o meno, questo è uno specchietto per le allodole per distrarre dal problema semplice e fondamentale del lavoro: se non c’è rappresentanza politica, non c’è potere contrattuale, e se non c’è potere contrattuale quello più forte si prende prima l’80% della ricchezza, poi il 90%, poi il 95%. finchè saremo nudi col cappello in mano e c i accorgeremo che ci sono 5 stronzi che hanno tutto. E’ un meccanismo economico, invariato anche se in Italia sparissero non solo gli stranieri, ma anche tutti gli italiani da Val d’Aosta in giù. Rimarrebbero i Valdaostani ad affamarsi tra loro, e troverebbero dei Valdaostani del Sud a cui dare la colpa.

Anche qui, un lato positivo c’è. Lasciamo contaminarci da popoli più primitivi e meno rincoglioniti di noi. Magari si ricordano il semplicissimo motore sociale che da sempre fa progredire l’umanità, cioè il fatto che quando il re e i suoi vassalli si prendono più della loro fetta, il popolo prima deperisce, poi li lincia. E’ quello che sta accadendo a Rosarno: gli immigrati vivono da anni in condizioni pietose, sfruttati da caporali delle cosche, con 5 euro al giorno quando va bene, bistrattati in ogni modo. Arrivati a un certo punto hanno detto basta, ed hanno incominciato a spaccare tutto. Li osservo ad occhi aperti, colmi di stupore, come quando ho visto un ragazzo spaccare la faccia a Berlusconi. E il mio stupore arriva da una considerazione sola: ma perchè non lo fanno tutti?

Quando le condizioni di vita non sono compatibili con un essere umano, l’essere umano si ribella e spacca tutto. Quando un re esagera, il popolo lo lincia. Quando abbiamo perso, noi popolo civile e avanzato, questa sana e giusta capacità di giudizio e incapacità di sopportazione? Forse serve un’iniezione di extracomunitari per ricordarci che non dobbiamo per forza subire tutto, ma anzi che è legittimo diritto di ogni popolo rivoltarsi contro i propri tiranni. Siano essi lo Stato, le cosche mafiose, un nano con un complesso megalomane, il proprietario di una fabbrica.

Torno a ribadire la mia proposta: apriamoci, liberiamoci delle frontiere, lasciamo circolare le idee, le energie, lasciamo circolare le persone, non le merci.

Cosa significa questa frase che ho buttato lì la scorsa volta? Sapete cosa sarebbe straordinariamente rivoluzionario? Un modo dove le persone circolano liberamente, ma le merci no. E’ parte di un ragionamento più complesso, sul concetto di prossimità applicato all’economia. Devo svilupparlo meglio, ma si ricollega in buona parte alla proposta di Alberto Conti, che a sua volta prende spunto dalla una discussione in Germania dove si era proposto di tassare i prodotti in base al loro costo di smaltimento. Io vorrei fare una cosa simile, ma un po’ diversa, cioè tassare (o meglio, incorporare nel prezzo finale al consumatore attraverso un’imposta diretta) ogni merce non solo in base al suo costo di smaltimento, non solo in base al suo costo ambientale di produzione, ma addirittura in base ai chilometri che la stessa ha percorso per arrivare al suo consumatore finale.

E’ un principio semplice, che parte dal ragionamento che anche il trasporto è un costo ambientale che la comunità è tenuta a pagare a solo vantaggio delle aziende. Chi paga l’impatto ambientale del carburante che la Monsanto produce trasportando le sue merci per decine di migliaia di chilometri? Chi costruisce le strade, i porti, gli aereoporti, chi respira i gas di scarico dei camion che attraversano i nostri paesi? La comunità, noi, un’ennesima esternalizzazione dei costi che le aziende compiono.

Ma da questo semplice principio scaturiscono una serie di circoli virtuosi che potrerebbero equilibrio in questo obbrobrio che è la società globalizzata, in cui tutti siamo liberi di essere poveri ed in competizione tra di noi. La ri-localizzazione delle aziende sarebbe il primo passo, identità tra i mercati di consumo e quelli di produzione sarebbe ristabilita, gli italiani ricomincerebbero a produrre i beni di cui hanno bisogno e i rumeni i loro. Non come ora che i rumeni producono auto che non si possono permettere per il mercato italiano, mentre gli italiani vengono licenziati dalla Fiat. E’ l’unico sistema per riportare senso in un meccanismo autodistruttivo.

A lungo termine, attraverso la concorrenza e i prezzi finali regolamentati in base alla prossimità, ognuno finirebbe per mangiare il pane che sforna il vicino di casa, a bere il latte della cascina fuori città, a comprare le oggetti prodotti dalle fabbriche dove lavora il proprio figlio. Le cose riassumerebbero una dimensione umana, concreta: non entità transnazionali intangibili, ma persone in carne ed ossa con la loro vita, la loro casa, le loro radici. E se trovo della diossina nel latte per mio figlio non ho bisogno di fare una rogatoria al tribunale di Pechino tramite l’ambasciata, perchè lo conosco chi fa quel latte, e lo vado a prendere a casa se mi fa una roba del genere.

Aprire le frontiere alle persone e chiuderle alle merci, risolverebbe il problema dell’immigrazione. Il mercato locale dei paesi più poveri rifiorirebbe, liberato dal giogo delle multinazionali, i contadini tornerebbero a produrre cibo per sè stessi e gli abitanti intorno, e non per venderlo alla Esso perchè ci faccia del biodiesel. Un mercato ridotto, locale, umano. Il mio sogno è un’economia di sussistenza. Non voglio che nessuno invidi il mio paese, non voglio che nessuno sogni di venire a raccogliere arance lavorando 12 ore al giorno per 5 euro. Chiunque può fare molto di meglio, stando a casa propria.

Libera circolazione delle persone, non delle merci. Ed anche il denaro è una merce. Quanto è tassato il denaro che gira da un Paese all’altro? O meglio, è tassato il denaro che circola da un Paese all’altro? E se lo fosse?

gennaio 4, 2010

Il buio oltre la neve

Sono andato alla stazione ieri, e sulla panchina seduto accanto a me c’era un nero del Senegal. Cosa ci fa uno del Senegal tra cumuli di neve grigia nella periferia della periferia di Milano?

Non è razzismo porsi questa domanda. Io sono nato a Cantù, lui è nato a Tambacounda e lavora dietro casa mia. Ha fatto 4238 chilometri (son giusti, controllate se non ci credete)  e lasciato tutto il suo mondo per venire a Meda a svuotare i secchi della spazzatura. E’ insensato, quindi il mio stupore è legittimo. Cosa ha creato questa situazione paradossale?

La condizione determinante è che il suo paese è povero e il mio ricco. Questa è la spiegazione ufficiale, altrettanto insensata, perchè anche in Senegal c’è gente straricca e anche in Italia c’è gente strapovera, quindi sarebbe più preciso dire che nell’immaginario collettivo planetario il mio paese è ritenuto “tra gli eletti”. Come spiega la sociologia, l’immaginario collettivo è più lento ad aggiornarsi rispetto agli eventi reali. Lento, non immobile: abbastanza veloce da far emigrare i nostri figli in Cina.

Dunque, per un senegalese raggiungere un paese “ricco” vale moltissimo, tanto da svenare l’intera famiglia che investe tutti i suoi risparmi per pagare il primo tratto di viaggio al figliol prodigo. Solo il primo tratto, e già molti emigranti vengono abbandonati nel deserto. E’ un viaggio tra la vita e la morte, fino alle coste della Sicilia e oltre.

Chi ha deciso i 20 paesi ricchi e messo alla forca il resto del mondo? Chi ha deciso che il Senegal doveva essere povero e l’Italia “ricca”? Il senegalese che mi svuota la spazzatura no di certo. Ma nemmeno io. Ma nemmeno i miei genitori, o i suoi, e neppure i nostri governanti, o i loro. Per carità, avranno senza dubbio la coscienza come un letamaio, ma nè i governanti senegalesi nè quelli italiani hanno tanto potere. Chi ha deciso che il mio paese stava in top ten e il Senegal fanalino di coda?

Una volta questi progetti li studiavano a tavolino. La conferenza di Yalta nel 1945 tracciò i confini di un equilibrio durato 40 anni: Il continente americano agli USA, l’Asia all’URSS, l’Europa metà a me metà a te, e trac. Di qui dalla riga sei ricco, di là sei povero. Italia agli Stati Uniti, piano Marshall, soldi. Di là Albania, zac, pane e garofani.

Adesso, chi decide come spartire il mondo? Obama e Hu Jintao (domanda, come si chiama l’uomo più potente del mondo? non lo sapevo neanche io, curioso eh?) che decidono le sfere di influenza di Stati Uniti e Cina? No, ora c’è il NWO, la Banca Mondiale, il Bilderberg Club. Ora ci sono le Corporations, le multinazionali. Non c’è più la politica, ci sono solo gli affari.

Qual’è la differenza da prima? In realtà la differenza è minima, anche Churchill, Roosevelt e Stalin erano rappresentanti degli stessi poteri forti che hanno fatto scoppiare la seconda guerra mondiale. Non c’è differenza sostanziale, ma c’è differenza formale. La politica in certi contesti è obbligata a mantenere le apparenze, gli affari hanno la spietatezza che solo i numeri possono concedere. Costo unitario, margine di profitto, riduzione delle risorse umane, redditività, produzione.

Il risultato? Prima gli Stati Uniti investivano la maggior parte delle risorse in Europa, e a noi ci hanno dato la paghetta e la macchina. Ora dove investono il loro bilancio? Iraq, Afghanistan.Ma non comprano macchine, comprano bombe. Evidentemente davano un maggior margine di profitto a breve termine.

Mi giro verso il senegalese, è ancora lì. Se è proprio qui, proprio adesso, c’è un motivo. Qualcuno ha tracciato la linea, e stiamo da due lati diversi. Berlino Est, Berlino Ovest. Per ora. E se è seduto accanto a me, adesso, è perchè serve che stia lì. Perchè se davvero non lo volevano qui non ci stava, statene certi. Un foglio di via e buona giornata? Qualche mese in un lager/CPT? Quando un Potere non vuole qualcuno davvero semplicemente lo elimina. I genocidi nel nostro secolo sono stati decine.

L’immigrazione non è un problema, è una soluzione che è stata creata da chi ha tracciato i nuovi equilibi mondiali.

Questo ragazzo è stato deportato a 4000 km da casa per svolgere un’attività che odia perchè serviva qui. Qual’è il problema che questo senegalese è qui a risolvere? La sua funzione è molteplice, e l’immigrato svolge moltissimi funzioni vitali per la società in cui vive. No, non parlo dello svuotare i cestini; è vero, è utile e io non ho voglia di farlo, e quelli che venivano a scuola con me nemmeno. Scontiamo lo snobismo di chi è cresciuto nella bambagia, e senza un po’ di resilienza la mia generazione vivrà infelice rimpiangendo l’età dell’oro che ebbe nella sua ricca giovinezza.

Ma la funzione principale dell’immigrato non è fare i lavori umili per noi molli edonisti, fanno ben altro di molto più importante: sono pharmakòs, capri espiatori che convogliano in sè l’energia negativa della comunità (per dirla in termini orientali), la violenza collettiva (per dirla in termini sociopolitici). Lo spiega nella Metamorfosi della Paura Roberto Escobar, un professore di Filosofia Politica a cui devo molto.


La loro tecnica – e in particolare quella dei semplificatori del mondo, santi inquisitori o cinici demagoghi che siano – pare essere sempre quella dell’espulsione della paura oltre i confini del gruppo, o almeno ai suoi margini. Localizzando lì, nel nemico o nello straniero, la colpa della crisi avvertita e temuta, s’ottiene di dar vita a un ulteriore “luogo comune” sostitutivo o di rinforzo. Capita così che il nero, l’ebreo, lo zingaro o, come avviene sempre di più, l’immigrato assumano il ruolo di pharmakòi, di capri espiatori: insieme veleno e antidoto, responsabili del disordine e, in quanto vittime immolate, propiziatori dell’ordine…

Lo guardo, nel suo giaccone da due soldi, intirizzito dal freddo, lui diffidente verso di me, io verso di lui. Qualcuno ci ha resi stranieri uno all’altro.

Ah, avevo una svolta per la politica sull’immigrazione, ma poi ho divagato. Sapete come si risolve il problema dell’immigrazione? Perchè ogni soluzione crea un altro problema, però se sei stronzo fai in modo che il secondo problema se lo becchi qualcun’altro. Si chiama esternalizzare i costi, e faccio un esempio: io ONU ho il problema degli ebrei, creo uno stato dal nulla e li metto lì. La mia soluzione crea un altro problema, ma lo crea ai palestinesi, non all’ONU. L’ONU ha risolto il suo problema.

L’immigrazione è un’altra forma di esternalizzazione dei costi e introitamento dei benefici. Mi serve manodopera a basso costo, in nero e senza nessun diritto, e quando serve un’etnia da usare come capro espiatorio. I capitalisti e i politicanti hanno la loro soluzione, che però crea il problema dell’integrazione. Ma quello se lo beccano gli immigrati stessi, e i poveri italiani che vivono con loro nei quartieri degradati della periferia. Ah, è una legge fissa dell’economia, l’esternalizzazione dei costi ricade direttamente su di noi. Noi tutti, sul nostro mondo, sul bene comune.

La soluzione al problema dell’immigrazione? Non c’è. L’immigrazione non si può fermare. Pur di sopravvivere, la gente si fa sparare. Succedeva sul Muro di Berlino, succede ancora oggi in Spagna, a Ceuta e Melilla, dove si spara agli immigrati che tentano di forzare il blocco, di superare il Muro Sudoccidentale ed entrare in Europa. Più onesti di noi, che lasciamo che affoghino. Più che sparargli addosso, inutilmente, che volete fargli alle orde di barbari che si accalcano contro i nostri sorvegliatissimi recinti?

Se ho la soluzione all’immigrazione? Certo che ce l’ho, rinunciamo. Un problema che non si può risolvere non è un problema, apriamo le frontiere e facciamo entrare tutti. Vi lamentate che è impossibile, che è insostenibile? Mi spiace, non c’è altra scelta. Non possiamo creare delle nazioni dove si dice che tutti gli uomini sono uguali e hanno eguali diritti, e poi dire a quelli all’ingresso che no, per loro non vale.

Nella mio mondo ideale c’è la libera circolazione delle persone, è un diritto inalienabile. Anzi, spostarsi deve essere assolutamente gratuito. Per tutti, da qualsiasi punto a qualsiasi altro, con il massimo del confort e della velocità. Sapete cosa sarebbe straordinariamente rivoluzionario? Un modo dove le persone circolano liberamente, ma le merci no.

dicembre 22, 2009

Sono in mezzo a noi

Napolitano ai militari all’estero: «Siate sereni, a volte in Italia è difficile»

ROMA – «Sono contento di trasmettere serenità. Non è sempre facile essere sereni, nemmeno in Italia. Siatelo voi in Afghanistan». È l’augurio e l’auspicio che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rivolto ai soldati italiani impegnati nelle missioni militari all’estero.

Corriere della Sera, 21 dicembre 2009. D’ora in avanti rinominato REPERTO A

We know your pain’: Princes invoke loss of Diana in message to families of Britain’s war dead

LONDRA – I principi Harry William  hanno espresso la loro vicinanza ai parenti dei caduti in guerra britannici, molti dei quali si preparano a passare il natale senza un padre, un marito o un figlio. Harry, che è stato lui stesso sul fronte, parla di “persone care strappate via” e del dolore per la morte di sua madre, la Principessa Diana.

Daily Mail, 21 dicembre 2009. D’ora in poi rinominato REPERTO B

Ora, che cosa accomuna queste due miserabili vigliaccate? Forse gli autori non sono esseri umani, ma creature appartenenti a una razza aliena diabolica che sta colonizzando il nostro pianeta sotto sembianze antropomorfe? Vediamolo insieme.

Sua Altezza Reale Henry Charles Albert David Mountbatten-Windsor principe di Galles: (Londra, 15 settembre 1984), è il terzo in linea di successione al trono del Regno Unito e dei territori del Commonwealth. Ricopre il grado di sottotenente nel reggimento dell’ Household Cavalry (Blues and Royals) dell’esercito britannico. E’ famoso per la sua passione militare e per essersi vestito da nazista ad una festa.

Giorgio Napolitano (Napoli, 29 giugno 1925) è in Parlamento dal 1953, cioè dall’età di 28 anni. E’ più di mezzo secolo che fa la spola tra la Camera, il Senato ed il Quirinale dunque di lui non si sa nient’altro. Tranne che è sposato, ha due figli e la moglie ha lavorato per molti anni come avvocato giurista all’ufficio legislativo della Camera dei Deputati.

Evidentemente la razza aliena si è impossessata del potere, ha trovato il modo di sfruttare gli umani e li costringe e lavorare per loro, rendendoli ricchissimi e potentissimi. Gli alieni non lavorano affatto, non hanno nessuna capacità particolare e nessun talento, distaggono la nostra attenzione con un frasi articolate ma prive di significato.

Come riconoscerli? La loro cultura aliena priva di etica e buonsenso li porta a commettere errori che li rendono distinguibili dagli altri terrestri nonostante le loro sembianze antropomorfe.

REPERTO A: L’alieno invita  i soldati che lui stesso ha mandato a morire contro altri terresti a “godersela”: che in Italia, a casa loro, in realtà si sta male. “Andate a esplodere su una mina. Lo faccio per voi.”

REPERTO B: La creatura manifesta la propria vicinanza ai familiari dei soldati rimasti uccisi nella guerra che egli stesso ha contribuito a far scoppiare contro altri terrestri. Aggiunge “so cosa vuol dire perdere una persona cara”. Si, per un incidente, mica le hanno sparato. O la nonna te l’ha confessato? “Ora che sei grande te lo posso dire. L’abbiam fatta fuori, voleva sposare un musulmano.” Oppure versione alieno malvagio di Futurama, verde, sbavante e cattivissimo. “Io so cosa vuol dire perdere una persona cara. E ora lo sapete anche voi, MUAHHAHAHAHA“.

dicembre 19, 2009

Un tuvaliano a Copenaghen

Tuvalu  non firmera’ un accordo che fissa a 2 gradi il tetto massimo di un ulteriore riscaldamento globale.  “Abbiamo subito pressioni considerevoli per accettare quest’accordo, ma Tuvalu non intende cedere”, assicura il primo ministro dell’arcipelago. ”E’ in gioco la sopravvivenza della nostra nazione”, aggiunge.

E così l’accordo di Copenaghen, da molti ritenuto l’ultimo jolly da giocarsi per mantenere il pianeta al punto di equilibrio attuale, è fallito.

Che cosa faranno quindi le nazioni del mondo per ridurre l’inquinamento e il riscaldamento globale? Nulla.

Colpa del Tuvalu? Era meglio un accordo più modesto e contenuto, magari senza vincoli di tempo, piuttosto che il vuoto totale?

Eppure basta vederlo, il Tuvalu, per capire le ragioni di un’opposizione così strenua e estrema:

Cosa succede se la temperatura si alza di due gradi a livello globale?

I ghiacci si sciolgono, il livello del mare sale di due metri e il Tuvalo, sparisce dalla faccia della Terra, e i suoi 100mila abitanti con lui.

Cosa propone il Tuvalu?

Nel suo piccolo, Tuvalu ha dato il buon esempio: con le energie rinnovabili punta a raggiungere emissioni zero entro il 2020.

Ma i tuvalesi, o come si chiama questa popolazione sull’orlo dell’estinzione, non sono più intelligenti degli altri. Come spiega questo bell’articolo di Stefania del Bianco sui “rifugiati climatici”, sono solo i primi che hanno iniziato ad affogare.

dicembre 3, 2009

Report non deve chiudere

Report, in assoluto la cosa più vicina al Giornalismo in questo disgraziato Paese, rischia la chiusura. E’ sorprendente come i regimi non riescano a trattenersi nella loro smania di potere, ed anche quando hanno stravinto su tutta la linea la loro condotta diventa come dissociata.

Da una parte il regime è terrorizzato dall’idea di essere accerchiato dai nemici, ed anche una semplice trasmissione televisiva diviene una minaccia da eliminare, in piena crisi paranoica.

Dall’altro lato però vuole essere sempre più potente, tanto da voler occupare ogni singolo spazio esistente. Sul piano sociale, economico, mediatico, ogni singola fessura deve essere riempita, ogni parte dissonante sradicata. Una totale ansia di controllo.

Questo mix soffoca progressivamente la società nel suo complesso, costringendola (e questa è la buona notizia) a ribellarsi.*

Ecco il testo della petizione, per firmare c’è il link a destra.

REPORT NON DEVE CHIUDERE

La TV nazionale Rai non garantisce piu’ ai giornalisti di Report (rai 3) la copertura legale. Significa che gli inviati di Milena Gabanelli, da sempre attivi nel denunciare le illegalita’ e i soprusi che ci circondano, dovranno provvedere di tasca propria alle spese legali cui, da bravi inchiestisti, vanno continuamente incontro.

I sottoscritti firmatari con la presente CHIEDONO alla societa’ RAI Radiotelevisione Italiana S.p.A, il ripristino della copertura legale per gli inchiestisti del programma Report, trasmesso su Rai3, al fine di assicurare il libero esercizio della loro professione per arrivare alla verita’ e rivelarla agli italiani.

*Citando un bellissimo commento che era a sua volta una citazione:

Ciò che succede avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Antonio Gramsci 1920

novembre 30, 2009

Chi di mafia ferisce, di mafia perisce

Mettiamo che un politico faccia una promessa. Mettiamo che questa promessa gli consenta di vincere le elezioni. Mettiamo che il politico in questione non riesca (o non voglia) mantenere questa promessa.

Bella scoperta, direte voi, sarebbe una notizia se un politico mantenesse le promesse fatte in campagna elettorale!

Mettiamo però che la promessa non sia stata fatta agli elettori, bensì a una lobby, una lobby un po’ particolare: la mafia.

Che cosa accade se questa promessa non viene mantenuta? Gli elettori hanno pochissimi strumenti per far valere il proprio peso, non possono fare altro che lasciare che il politico governi e la volta successiva cercare un canditato migliore da votare. Per la mafia invece è un po’ diverso.

Come tutte le lobbies, la mafia investe, finanzia, aiuta e vuole in cambio una contropartita. Se la contropartita non arriva, cominciano i problemi. Ora, senza fare nessuna ulteriore insinuazione, riportiamo qualche stralcio dei quotidiani di questi giorni.

Accade che, nella convinzione di “essere stata venduta” dopo “le trattative” degli anni Novanta, la famiglia di Brancaccio ha deciso di aggredire – in pubblico e servendosi di un processo – chi “non ha mantenuto gli impegni”. Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo. O, come raccontano le “voci di dentro” di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell’Utri. Un’intimidazione che ha – pare – molto impaurito il senatore e patron di Publitalia.

[...] “quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (…). Quando Berlusconi [è] stato presidente del Consiglio per la prima volta, nell’organizzazione erano tutti contenti, perché si stava muovendo nel senso desiderato e [si disse] che la proroga del 41 bis era stata solo per ‘fintà in modo da eliminarlo del tutto alla scadenza”.

[...] “se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. La frase è eloquente. C’è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l’impegno. Per cavarsi dall’angolo, c’è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi – estraneo all’organizzazione – si è tirato indietro. Accusarlo può essere considerato “un’infamia”?

[...] Ora bisogna mettere in ordine quel che si intuisce nelle mosse di Cosa Nostra. I “pentiti” non sono maledetti da chi, in teoria, stanno tradendo. Al contrario, ricevono attestati di solidarietà, segnali di rispetto, addirittura cenni di condivisione per una scelta che alcuni non hanno ancora la forza di decidere. E’ più che un’impressione: è come se chi offre piena collaborazione alla magistratura (Spatuzza, Romeo, Grigoli) abbia l’approvazione di chi governa la famiglia.

Berlusconi, ti stanno vendendo. Come hanno fatto con Riina prima e con Provenzano poi. Sei solo un altro boss che è passato di moda.

novembre 28, 2009

Quel mafioso di Berlusconi

Palermo – Stiamo ai fatti. Come anticipato dal Giornale nei giorni scorsi, più procure antimafia stanno chiudendo la partita su Silvio Berlusconi a cui sono pronte a riservare anche una richiesta di confisca dell’intero patrimonio. Il premier è (dovrebbe essere) indagato a Firenze per concorso in strage, così almeno lasciava intendere ieri mattina il quotidiano la Repubblica. Il Cavaliere è (dovrebbe essere) indagato per concorso esterno pure a Palermo, dove da giorni si susseguono le riunioni dei pm mentre i boatos sull’invio di un avviso di garanzia – pare rimandato per l’intervento del presidente Giorgio Napolitano – si rincorrono a palazzo di giustizia. Nel frenetico tam tam giudiziario sono da prendere con le molle le indiscrezioni di un possibile avviso di garanzia anche per Renato Schifani, presidente del Senato, tirato in ballo da Gaspare Spatuzza, il pentito che dopo un anno di interrogatori s’è ricordato di identificare in Berlusconi e Dell’Utri i «mandanti esterni» delle stragi del 1993. Sia Firenze che Palermo e Caltanissetta, sull’iscrizione del premier nel registro degli indagati, non confermano. Ma soprattutto non smentiscono quanto da giorni si sta ipotizzando a proposito di un’inchiesta incentrata sul presidente del Consiglio accusato da Spatuzza e da una batteria di colleghi pentiti (vedi Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli e soprattutto Pietro Romeo) di aver armato la mano di Cosa nostra negli attentati del ’93 per spianare la strada allo stesso Berlusconi e al suo movimento Forza Italia, scesi in campo nel ’94.

Da dove arriva questo articolo incredibilmente pesante per il premier? Dal Giornale, il suo quotidiano di famiglia.

E’ comprensibile, il Cavaliere è stanco di sfuggire ai suoi inseguitori, vuole affrontarli a viso aperto, come il Duce fece con l’omicidio Matteotti Berlusconi vuole rivedicare la sua mafiosità, e la sbandiera ai quattro venti. Non è più una terribile onta da nascondere, ma è qualcosa di cui andare fieri. Il Regime ha già usato questo grimaldello per sgretolare la morale pubblica: prima si è vantato di essere misteriosamente straricco, poi di essere evasore fiscale, poi di essere un puttaniere, ora di essere mafioso. Le altre volte ha funzionato, funzionerà anche oggi. Sta succedendo adesso.

«C’è qualcuno che dice che mi sono molto occupato di mafia, a partire dal ‘92. È vero: sulla mafia ho raccontato molte storielle…» Imitando il dialetto palermitano, Berlusconi ha raccontato questa barzelletta: «Un bimbo siciliano chiede al padre ‘papà, vero è che morì Einstein?’, e il padre risponde ‘vero è, troppo sapeva…’» (27 novembre 2009)

“Prima hai parlato di problemi con la mafia. Che problema c’e'? Ci sono io. Se trovo quelli che hanno scritto i libri sulla piovra, che ci hanno fatto conoscere nel mondo per la mafia, giuro che li strozzo” (28 novembre 2009)

novembre 25, 2009

Riforma della giustizia: no comment

MILANO – ‘‘Vedremo quale sara’ l’esito. Credo si possa discutere sul fatto che i processi devono essere definiti in tempi ragionevoli, ma deve essere chiaro che questa non e’ la riforma della giustizia”.

Lo ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini, presentando a Milano al Corriere della Sera il suo libro. Fini, ritornando al ddl sul processo breve, ha quindi spiegato: ”e’ giusto parlarne come e’ giusto prevedere delle risorse, ma ribadisco che non e’ questa la riforma della giustizia”. Fini ha anche parlato della immunita’ parlamentare e ha precisato che ”anche di questo si puo’ parlare perche’ gli europarlamentari, per esempio, hanno prerogative che i parlamentari italiani non hanno. Anche questa, pero’, non e’ la riforma della giustizia”.

Traduzione: Si, possiamo fare la legge che cancella la metà di TUTTI I PROCESSI ITALIANI (ROMA (Reuters) – Dal 10 al 40% dei processi penali rischiano di chiudersi prima della sentenza, se entrerà in vigore il disegno di legge sui processi brevi. Lo ha detto oggi il Consiglio superiore della magistratura Per quanto riguarda i processi civili, l’effetto della legge rischia di essere “devastante”, ha riferito il Csm, con ripercussioni su quasi la metà dei processi.)

Roma, 24 nov. (Apcom)

Riforme/ Bersani: Da Fini parole sagge, Pd pronto al confronto

 

No comment

novembre 22, 2009

Quello stronzo di Fini

C’è un tizio che va in giro a fare quello simpatico, a parlare coi ragazzi nelle scuole, è un individuo che fa credere agli immigrati di essere dalla loro parte, si comporta come fosse il più acerrimo nemico di Berlusconi invece di un suo alleato da un ventennio.

E’ Gianfranco Fini, il nuovo fantoccio made in Arcore che il Potere sta usando per dare l’impressione che in Italia ci siano diversi punti di vista, un pluralismo di idee differenti e distinte, insomma per mascherare l’ovvia realtà di un Pensiero Unico che ha assimilato tutto e che interpreta tutti i ruoli della scenaggiata: dal Capo al Dissidente, dal Rivoluzionario al Conservatore, dalla maggioranza all’opposizione.

A proposito di opposizione: ciao Bersani, non eri tu il capo della sinistra, l’alternativa a Berlusconi? Per carità, lungi da me rimpangere Franceschini, ma almeno lui faceva finta, recitava la commedia. Te ne sei accorto, caro Bersani, che da quando non c’è più lui “il capo della sinistra” (per citare Carlo Vulpio) lo fa Fini?

Ora, per far capire che mi ride anche l’ombelico a vedere sta sceneggiata, facciamo una brevissima biografia del Presidente della Camera:

Inizialmente non era interessato alla politica, ma nel 1968, a sedici anni, si ritrovò coinvolto in alcuni scontri davanti ad un cinema dove un gruppo di militanti di sinistra stava contestando la proiezione del controverso film sul Vietnam Berretti verdi, episodio che lo spinse ad iscriversi alla Giovane Italia. Molti anni dopo racconterà in un’intervista:
« Non avevo precise opinioni politiche. Mi piaceva John Wayne, tutto qui. Arrivato al cinema, beccai spintoni, sputi, calci, strilli perché gli estremisti rossi non volevano farci entrare. E così per reagire a tanta arroganza andai a curiosare nella sede cittadina della Giovane Italia. »
(Gianfranco Fini, da un’intervista del 9 ottobre 2004)
Iniziò così la sua carriera politica nel Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano.
Al congresso giovanile era arrivato quinto su sette eletti nella segreteria; fu Almirante, di autorità, a sceglierlo, come prevedeva lo statuto, segretario. Nel 1983 viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati. Rieletto nel 1987, nel settembre dello stesso anno alla festa del partito a Mirabello, Almirante lo candidò pubblicamente come suo successore alla segreteria del partito.

Da delfino di Almirante, fascista doc, Fini applica i suoi pessimi gusti cinematografici (e la sua ideologia repressiva e antidemocratica) alla politica del Governo di cui farà parte dal ‘93 in poi, con leggi liberticide come la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Fini-Giovanardi che abolisce la distinzione tra droghe leggere e pesanti.

Ora, non mi sembra ci voglia un genio per capire cosa è successo: intorno al 2005, qualche burattinaio di Berlusconi sarà andato dal fedele Gianfranco a dirgli: senti, l’opposizione al nostro regime è quasi completamente sparita. Per dargli il colpo di grazia ci vorrebbe una bella strategia di organizzazione del dissenso. Cioè se è il regime stesso a fare opposizione, togliamo tutto lo spazio politico e culturale a chiunque si voglia opporre a noi. Lo fai tu eh, comincia domani.

E Fini obbedisce, tirando fuori dichiarazioni che solo 5 anni prima sarebbero state impensabili: voto per gli immigrati, si alle coppie omosessuali, oddio la Shoa che brutta, si alla cittadinanza agli stranieri e dulcis in fundo una strenua a difesa delle istituzioni e della magistratura rispetto agli attacchi di Berlusconi.

Soltanto a parole, naturalmente, perchè nei fatti Fini è il più fedele alleato di Berlusconi, non ha mai causato una crisi di governo (Bossi si), non ha mai messo il veto sulle porcherie di quest’ultimo, non ha mai puntato i piedi in nessuna occasione.

Da qui, l’ineffabile impressione che qualcuno stia tentando di prendermi per il culo. E’ inutile che dai dello stronzo a chi è razzista, usando un linguaggio che se lo usassi io mi darebbero del grillino, lo stronzo è chi ha approvato il reato di clandestinità, e chi è stato condannato dall’Unione Europea perchè tratta i clandestini come i nazisti trattavano gli ebrei. Cioè il tuo governo, caro Fini: ti sei dato dello stronzo da solo. Chiamami la prossima volta, lo faccio io. Gratis.

novembre 14, 2009

Oh Web delle mie brame

Oggi mi è successa una cosa curiosa.

Un certo Filippo ha commentato un articolo, e non era nessuno che conoscevo. E’ la prima volta che accade da quando questo blog è aperto. No, non mi vergogno affatto, il mio blog ha pochissime visite, è un pensatoio personale, ma questa volta ha funzionato perfettamente anche da sperimentatore sociale.

Lo sconosciuto Filippo era la stessa persona che prendevo di mira nel mio articolo, che rispondeva piccato alle mie provocazioni. Nel post sostenevo, prendendolo a esempio, come nei partiti gli anagraficamente giovani  ricalchino perfettamente i processi mentali degli “anziani”, loro protettori, ed è effettivamente per loro l’unico modo per fare carriera nella degenerazione clientelare che i partiti sono divenuti.

Ci ho messo qualche minuto, ma poi ho realizzato una cosa essenziale, che non c’entrava assolutamente nulla con l’argomento del post.

Nella Rete ognuno di noi ha una immagine virtuale di sè, un avatar di che ha una reputazione che deve essere difesa, una rete di contatti virtuali che deve essere gestita e tenuta viva. Ci sono stati altri esempi prima, come myspace, ma ora c’è facebook e minoritariamente i blog. Curare l’immagine virtuale di sè è un lavoro, richiede tempo, e chi si imbarca un minimo seriamente in un ruolo pubblico (ad esempio in politica) si trova volente o nolente a fare cose come cercare il proprio nome su un motore di ricerca qualsiasi per vedere se qualcuno parla male di noi.

Il risultato? Ognuno legge solo sè stesso. Cerca informazioni su di sè, risponde a propri commenti, cura il proprio blog o il proprio socialnetwork personale. Internet è una stanza affollata di sordi. Tutti scrivono e nessuno legge gli altri, che a loro volta scrivono moltissime informazioni ma non leggono altri se non sè stessi o cose riguardanti sè.  E’ una nuova forma di solitudine, ancora più individualista della televisione, siamo immersi totalmente nella contemplazione del proprio io, lucidiamo la statua del nostro ego, lo stagno del nostro narcisismo.

Devo ricordarmi di tenere questo blog per raccogliere idee e reazioni, poi tutto dovrà essere tritato, plasmato e riportato alla sua forma più giusta. La carta.