Tengo famiglia

Tempo fa, verso la fine del 2006, scrissi un libro che parlava degli intrecci tra mafia e P2 che diedero vita al “berlusconismo”.

Dato che il tema è oggi, quattro anni più tardi, sulla bocca di tutti, non ho detto di no a Paolo Michelotto che mi ha chiesto se poteva pubblicarlo sul suo blog.

Ringrazio lui e tutti coloro che avranno voglia di leggerlo.

http://www.paolomichelotto.it/blog/2010/06/01/tengo-famiglia-il-primo-libro-dinchiesta-che-non-vi-spiega-come-ma-perche/

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Quattro cose su Gandhi

La formazione culturale

In India, grazie ai membri teosofici, Gandhi scopre la Bhagavad Gita, libro che lo marcherà profondamente, specialmente attraverso l’idea che il desiderio è sorgente di sofferenza e agitazione per lo spirito.
Svilupperà da quel momento un interesse per la religione che non si limiterà all’induismo, ma si estenderà al buddismo, all’islam e al Cristianesimo.

Lo stile di vita

Gandhi condusse una vita estremamente semplice, dando sempre esempio di massima umiltà e rispetto per tutti, partendo dai paria. Da molti Gandhi era visto alla stregua di un eremita, dal momento che conduceva una vita simile a quella monastica, dedicata al pensiero filosofico e soprattutto alla sua messa in pratica. Effettivamente il pensiero gandhiano vedeva il corpo come assolutamente secondario alla vera fonte della forza di un uomo, l’anima, e predicava che solo un distacco dalle necessità materiali potesse portare sulla via della verità, verso Dio:
« Chi non controlla i propri sensi è come chi naviga su un vascello senza timone e che quindi è destinato a infrangersi in mille pezzi non appena incontrerà il primo scoglio. »

Il silenzio

Gandhi riservava un giorno della settimana al silenzio, perché era convinto che il parlare rompesse la sua pace interiore. Questa idea era tratta da una concezione induista relativa al potere di mouna e shanti. Durante i giorni dedicati al silenzio comunicava con gli altri scrivendo su biglietti di carta. All’età di trentasette anni, per un periodo di tre anni e mezzo, Gandhi rifiutò di leggere i quotidiani affermando che il tumultuoso stato degli affari mondiali gli causasse ancora più confusione. Il silenzio gli serviva a concentrarsi per purificare l’anima e rendersi in pace.

La povertà

Al suo ritorno in India, dopo il soggiorno in Sudafrica dove era stato un avvocato e quindi aveva sperimentato un certo agio, Gandhi rinunciò ai suoi abiti occidentali, simbolo di ricchezza. La sua idea era quella di adottare un tipo di vestito che fosse accettabile anche dalle persone più povere dell’India. Questo era un aspetto di una condotta di vita che doveva essere incentrata sulla semplicità ed il disinteressamento per il superfluo. In questo senso si parla di aparigraha (non-possesso), ovvero di un orientamento spirituale che portasse alla povertà volontaria ed alla semplificazione della vita.

ndr: sorprendente come solitamente chi vuole cambiare la società pensi di lasciare invariato l’individuo. Gandhi no, ma agli indiani è stato spiegato 2300 anni fa. Lo sanno anche gli scarafaggi lì.

You say you’ll change the constitution
Well, you know
We all want to change your head
You tell me it’s the institution
Well, you know
You better free you mind instead

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La marea nera

Doug Suttle, il Chief Operating Officer della Bp ha detto al New York Times che il colosso petrolifero ha “usato praticamente tutti i mezzi che aveva. Non ci sono molte altre risorse nel mondo da impiegare contro una perdita come questa”.

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Ma quanto è grossa questa pentola?

Ci potrebbero volere fino a tre mesi per trivellare un nuovo pozzo, accanto a quello della piattaforma affondata il 22 aprile scorso, la Deepwater Horizon. Lo ha dichiarato alla Nbc il ministro dell’Interno, Ken Salazar. Il secondo pozzo è una delle soluzioni proposte da Bp per fermare la perdita che, nel peggiore scenario possibile, potrebbe raggiungere 100mila barili al giorno.

Centomila barili al giorno per tre mesi sono nove milioni di barili, cioè un miliardo e quattrocentotrentuno milioni di litri di greggio circa. Nel Golfo del Messico, un mare tropicale relativamente chiuso. Ma si sa, il mondo è globale da più tempo dell’economia, e non credo che la corrente del golfo si porrà problemi doganali a portare il petrolio sulle coste dell’Inghilterra. Dopo aver inquinato una trentina di nazioni in Centroamerica.

E’ la Černobyl del petrolio? Dopo questo nessuno nel mondo guarderà all’oro nero nello stesso modo?

Ma non c’è problema,  la compagnia BP (British Petroleum) secondo quanto afferma la legge americana denominata Oil Pollution Act è da considerarsi l’unica responsabile per il risarcimento di tutti i danni. paghera’ per le ‘legittime richieste’ di risarcimenti.

Che bancomat accettano i cormorani?

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Dal Molin con furore

No dal Molin

immagine tratta da "ZEROZERO: ZEROUNO istantanee di un movimento"

Il Consiglio Regionale del Veneto ha indetto un contest video per promuovere la sua nuova idea: l’e-democracy.

Che cosa si intende per e-democracy? Il significato del termine è molto vago, ma come ci dice la stessa Regione Veneto “c’è la ferma convinzione che, quando c’è bisogno di grandi politiche e nuove idee, il dialogo e l’interazione con i cittadini possano costituire i fattori determinanti di successo. Le pubbliche amministrazioni hanno la possibilità, grazie alle nuove tecnologie, di diventare davvero trasparenti, di entrare negli spazi dei cittadini per coinvolgerli e informarli attraverso i canali con cui hanno più dimestichezza. In questo modo la voce del cittadino ha la possibilità di entrare nel processo decisionale, per restituire i propri feedback all’interno di un’agorà diventata virtuale.”

Letta così, sembra che le istituzioni abbiano difficoltà a raccogliere istanze dai cittadini, come se questi non trovassero la forza di farsi sentire attraverso i consueti meccanismi (manifestazioni, petizioni, referendum) e avessero bisogno di un mezzo digitale per superare la loro timidezza.

Ora, avrei potuto anche lasciar cadere la cosa, se proprio in Veneto non fosse in corso da anni una battaglia popolare dove i cittadini hanno espresso senza mezze misure la loro volontà. Peccato che la Regione se ne sbatta, perchè la politica ha ben altre priorità che realizzare la volontà degli elettori.

Mi è sembrato giusto farglielo sapere, proprio attraverso il video contest che il Consiglio Regionale del Veneto ha sponsorizzato.

http://zooppa.it/ads/e-democracy/videos/forma-e-sostanza-2

Ringrazio i fotografi che hanno realizzato il libro “ZEROZERO: ZEROUNO istantanee di un movimento”, ma soprattutto ringrazio il movimento.

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Abbiamo fame

Ha fatto notizia la decisione di diversi sindaci leghisti: chi non è in regola con i pagamenti del contributo mensa non mangia. I bambini vadano fuori, per piacere, o verranno riaccompagnati a casa dagli assistenti sociali.

Ora, ci sarebbe molto da dire, e molto è già stato detto: la Lega cavalca il razzismo per aumentare i suoi voti e le ultime elezioni le hanno dato ragione, con lo storico superamento del Carroccio ai danni del potente e mediatico alleato Berlusconi. Certo, spingere sulla xenofobia e sull’odio per il diverso dà frutti solo nel caso in cui i tuoi concittadini siano dei pezzi di merda, ma anche qui ogni commento è superfluo.

Vorrei andare un po’ oltre i commenti che ho sentito, perchè questa storia del razzismo che ha tanto indignato è vera solo in parte: si, di fatto i bambini rimasti a digiuno sono praticamente solo figli di immigrati, ma se c’è un razzismo mi sembra che il vero obiettivo non lsiano gli stranieri che vivono nel norditalia. L’obiettivo, tanto palese da essere manifesto, sono i poveri. Tu puoi mangiare come gli altri, per negro che tu sia, basta che paghi.  Se non puoi pagare, le cose si mettono male, qualunque sia il colore della tua pelle.

Messa così suona un po’ differente, non trovate? Anzi, mi sembra molto più berlusconiana così, molto più snob, molto meno “leghista”. Non sarà che Bossi vince perchè ormai è un guscio vuoto pieno di melma berluscoide? E’ molto più Trippy New Economy così, la bambola che scaccia i bambini poveri dalla stanza.

Ma via, non siamo pessimisti, bisogna saper guardare al lato positivo della faccenda. Ce n’è uno? Eccome. Anzi ce ne sono due.

La prima considerazione è sul principio di legalità, questo strenuo baluardo di ogni persona perbene. A che cosa serve la legalità? A dire che se non hai i soldi non mangi. E’ a norma di legge, è uguale per tutti, è assolutamente legale. Ultimamente mi sto convincendo che il concetto di legalità sia una museruola ficcata sulla bocca dei poveri imbecilli, cioè noi.

Quando vedi il tuo capo che ti ha licenziato senza concederti nemmeno gli ammortizzatori sociali, mentre hai i figli a casa che ti aspettano, mentre lo vedi sfilare sulla sua luccicante Mercedes. Sai che una portiera di quella macchina salverebbe la tua famiglia per un altro mese, lui è solo e tu coi tuoi colleghi neodisoccupati siete tanti. Sei convinto che sarebbe cristosanto giusto tirarlo già dalla sua cabrio a calci in culo e vendere l’auto al primo meccanico disposto a smontarla. Ma non lo fai, sai perchè? Perchè è reato. Sono stato abbastanza chiaro su chi trae giovamento dal concetto di “legalità”?

Ah già, dovevo vedere il bicchiere mezzo pieno. Giusto. L’aspetto positivo di lasciare dei bambini a digiuno durante la mensa scolastica è la funzione educativa della scuola. La scuola manca ai suoi doveri? La scuola non adempie al suo compito? Assolutamente falso. La scuola ti fa capire fin da piccolo come stanno le cose. Da che parte stai tu della barricata, per esempio. Ti insegna, a te piccolo senegalese, a capire cosa pensano i genitori dei tuoi compagni, che di fronte a te sorridono e ti chiamano “un amore di cioccolatino”, ma che per sfizio farebbero deportare te e la tua famiglia in un bel campo con le torrette.

La scuola ancora una volta ti insegna a vivere: magari questi bambini saranno un po’ meno addomesticati, un po’ meno lobotomizzati degli italiani quando saranno maggiorenni e avranno la forza per far valere le proprie ragioni? Quando saranno alti due metri e metteranno a ferro e fuoco Brescia, come le seconde generazioni fanno nelle banlieu francesi, andate a parlagli di integrazione e rispetto delle regole. Sarà divertente.

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Cambio facoltà

Ho deciso di ritirarmi dalla politica per un po’, il che equivale a dare le dimissioni dagli incarichi in PBC.

Non credo di aver dato un grosso contributo, anzi penso di essere stato assai poco incisivo, allo stesso tempo sono contento di aver avuto l’opportunità di imparare tante cose.
Penso di essere stato poco incisivo per un serie di ragioni: le condizioni di partenza (che rendono poco incisivo l’operare di tutti noi), la mia scarsa preparazione in settori che considero determinanti (come la comunicazione), la differenza anagrafica,, la mancata sovrapposizione (che ho cercato di ottenere in questi dua anni) tra due differenti piani di lavoro su cui operiamo io come singolo e PBC come movimento: quello culturale e quello politico.

Ci sono molte cose che PBC sta a mio giudizio sbagliando, ma non lo dico con superiorità perchè ora come ora non saprei suggerire una strada alternativa: PBC sbaglia nel comunicare, anzi sbaglia nel considerare la comunicazione come un’estensione del suo essere. Nella politica la comunicazione non è un mezzo, è l’essenza dell’azione politica. Ciò che non può essere comunicato non esiste, la comunicazione non è più il contenitore in cui inserire la propria sostanza per veicolarla. La comunicazione è la sostanza stessa, il mezzo è talmente più grande e preponderante rispetto al messaggio che questo ha ribaltato completamente non solo il modo in cui recepiamo la realtà, ma ha modificato la realtà stessa, intesa come mappa cognitiva attraverso cui l’individuo (o la società) esplora il mondo.

L’altro errore di PBC, strettamente legato al primo, è il suo essere partito, nel senso più profondo e allo stesso tempo superficiale del termine. Profondo perchè le persone che lo portano avanti hanno una formazione esclusivamente partitica, e più esattamente dei grandi partiti di massa ideologici (in senso neutro) dell’ottocento, come il PC. Superficiale perchè la cognizione di sè come partito è venuta a mancare, nei giustissimi sforzi di liberarsi della macchina partitocratica e nella sua degenerazione clientelare e affaristica.
Rimane un fatto però che finchè si agisce con gli strumenti di un partito, ovviamente l’immagine che si trasmette di sè è esattamente quella di un partito. Finchè i mezzi di diffusione, l’impostazione organizzativa e soprattutto gli strumenti di “lotta” restano quelli dei partiti tradizionali tardo-ottocenteschi (la sede centrale. la mobilitazione, i banchetti, le petizioni, le assemblee, le conferenze, i coordinamenti, la partecipazione alle elezioni ecc) naturalmente si resterà un partito.
Beninteso, non ci trovo nulla di male di per sè, a parte un piccolo problema di efficacia: cioè che i partiti sono morti, e io ho il forte dubbio che non siano mai esistiti. Erano partiti finchè le lobbies che li organizzavano riuscivano a mobilitare le masse, quando le masse hanno capito il giochetto sono rimaste solo le lobbies. Ma a dimostrare la vera natura dei partiti, nulla è cambiato. La partecipazione popolare era solo un orpello, così come lo è per la democrazia. Evidentemente è bastato grattare la crosta.

Da queste considerazioni dovrebbe nascere una consapevolezza di quanto sono obsoleti i metodi finora applicati. Di quanto sono inutilmente dispendiose, in termini di risorse umane ed economiche, azioni come le raccolta firme, i banchetti o le petizioni. Soprattutto paragonati al ritorno in senso spendibile per PBC.

Un altro punto fondamentale che ha segnato le difficoltà di PBC: perilbenecomune ha una grandissima resistenza alla contaminazione, cosa che si può considerare certo una virtù in una società profondamente marcia come la nostra. E’ una virtù profonda e ammirabile per chi sceglie la strada dell’ascetismo, un po’ controproducente se la forma, gli strumenti e le finalità sono quelle di un partito di massa. L’oggetto dei desideri (la massa) si identifica col nemico, il target e l’avversario coincidono. Tutti amiamo il prossimo, ma questo amore dura solo finchè non ci viene vicino. Perchè da vicino, nessuno è abbastanza puro, abbastanza incontaminato. E non si capisce come protrebbe, se il nostro assunto di base è che la società è completamente marcia.

E qui c’è il punto cardine della contraddizione di PBC, ma non solo. Dei movimenti i generale, dai noglobal ai notav, in un bivio che ha segnato la storia della lotta politica moderna.
Ho una visione riformista o rivoluzionaria? Poichè rigetto tutta la politica esistente, non ho un’ottica riformista ma rivoluzionaria. Posso portare avanti un messaggio rivoluzionario con un modus operandi riformista? No, con un’ottica rivoluzionaria devo usare un modus operandi rivoluzionario.
Abbiamo noi le palle per portare avanti un modus operandi rivoluzionario?
E per capire di che parlo, faccio una citazione di fonte discutibile ma senza dubbio esperta, Mao Tze Tung:
La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza.

Personalmente, ritengo che abbia ragione. E’ un dato di fatto, non vuol dire che da domani mi metto a sparare, è una semplice fatto che va preso per ciò che è.
Io mi sento troppo distante ormai da determinati concetti come la partecipazione popolare, le elezioni, il voto, la stessa democrazia è un inganno che non posso che guardare con superiorità.
Sono antidemocratico. Così come mi rendo conto che certi concetti, come la legalità o la nonviolenza, fanno il gioco di chi tiene l’individuo ingabbiato affinchè sia innocuo verso chi è più in alto di lui.

Ma come vi ho detto, non è per questa ragione che do le mie dimissioni. Non è perchè mi sento antidemocratico, nè per gli errori che secondo me sta commettendo PBC.
Semplicemente non ho più voglia di fare le riunioni, di parlare e parlare, di affrontare la realtà con mezzi obsoleti e inefficaci. Mi crea una sensazione di frustrazione, la stessa frustrazione che provavo in Sinistra Giovanile, e se una cosa non mi diverte più non c’è più verso di farmela fare.
Preferisco prendermi una pausa dalla politica in ogni sua forma esplicita e approfondire altri campi della conoscenza, perchè mi rendo conto che se non si conoscono determinate informazioni basilari è inutile persino mettersi a trattare con certe cose. La massa non è più quella di una volta.
Mi darò al videomaking.

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Oh, ma sei andato a votare?

Un’altra bella domenica di sole.

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Ti piace essere suddito?

Qualche giorno fa ho fatto uno spot a sostegno della Rete dei Cittadini, uno dei primi esperimenti di democrazia diretta in Italia, che cerca di rompere la partitocrazia candidandosi alle regionali nel Lazio.

Buona fortuna!

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Waiting for the show

Tra voglia di partecipazione e avanspettacolo, ecco una testimonianza video del pre-comizio di Beppe Grillo a Milano, in occasione della presentazione dei cinque candidati alle Regionali.

Buona visione.

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Chi viene dimenticato muore due volte

Nel silenzio più assordante, questo mese è scivolato via un altro anno dalla nascita di Pier Paolo Pasolini. Avrebbe 88 anni adesso, anche se sembrano passati millenni da quando parole come le sue potevano rieccheggiare in televisione, alla radio o sui più importanti quotidiani nazionali.

A ricordarlo il nulla: il regime che l’ha ucciso si è premurosamente occupato di eliminare ogni traccia della sua memoria, una rimozione orwelliana. Non un commento, non un suo film è andato in onda, neppure nei nomi delle vie viene ricordato.

Questo è l’unico monumento posto a sua memoria.

Monumento a Pasolini

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